Attenti al Goriiilla!

Attenti al Gorilla

 

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Ultimo arrivo: Giulia

Giulia

Eseguito con penna biro nera su carta da disegno fabriano 24 x 33.

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PONTE VECCHIO. Come in un quadro di Turner.

 

2015-10-17 18.11.28

Non  ricordava esattamente come era arrivato. L’ultimo ricordo nitido che aveva era la celestiale piccola Pietà di Van Gogh e la Mater Purissima di Domenico Morelli. Bellissima e piena di vigore la contorta composizione di Van Gogh,  esplosiva ed al tempo stesso evanescente la figura materna di Morelli, nell’amorevole gesto di tenerezza verso il bambino. Non conosceva nessuno dei due dipinti e non riusciva a capire perché gli fossero rimasti così impressi, la galleria era piena di capolavori. Forse erano stati i colori. Amava gli azzurri, e le due tele ne erano intrise. Aveva camminato immerso nei suoi pensieri e non avrebbe saputo dire quanto tempo era passato da quando era uscito da Palazzo Strozzi, ne’ quali vie avesse percorso per arrivare a Ponte Vecchio. Ma ora era lì, seduto sul parapetto di pietra, al centro del ponte, dove le botteghe interrompono la fila e si apre la vista sull’Arno. L’acqua, più in basso,  correva incontro al tramonto seguendo la direzione indicata delle punte dei suoi piedi. Aveva da sempre un profondo, intimo rapporto, con quella città che lo aveva conquistato fin dai tempi del liceo.  Gli tornò alla mente,  in modo vivido, come un oleogramma,  l’immagine di Lia che quarant’anni prima percorreva l’aula col suo lento, cadenzato biondo incedere, intenta a dipingere verbalmente i Sepolcri. Ricordò la classe,  muta, rapita dalla sua presenza e dal  fascino evocativo delle sue parole, inspirare l’aura foscoliana. Forse non proprio tutta la classe, ma a lui piaceva ricordarla a quel modo. Indubbiamente Lia aveva un fascino ed un potere  evocativo fuori dal comune, e sì, forse gli aveva davvero cambiato la vita. Lo aveva contagiato con la sua passione, gli aveva insegnato a leggere.  Alcuni giorni dopo,  aveva sentito il bisogno impellente di salire su un treno e calcare la scena Doveva vedere,  sentire, annusare. L’arrivo a Santa Maria Novella fu come lo sbarco di Colombo in America. Era un mondo nuovo ma al contempo antichissimo. Si rivide, abbagliato dalla luce, all’uscita del sottopasso pedonale che attraversa  Piazza della Stazione in Via dei Panzani, proprio di fronte al Baglioni. Prese un respiro e iniziò a percorrere le vie, una dopo l’altra, contrastato dal flusso ininterrotto di turisti che sembravano vagare senza una meta precisa ma, curiosamente,  tutti nella direzione contraria alla sua. Ovunque alzasse gli occhi era un’emozione. Infilò una dopo l’altra le perle  di S. Maria del Fiore, il Battistero, il Campanile di Giotto, Orsammichele. Sostò davanti l’asimmetria di Palazzo Vecchio, in piazza della Signoria,  e ammirò l’imponenza del Davide. Mentre camminava lungo Borgo dei Greci  non poté fare a meno di pensare a tutti quegli antichi personaggi che avevano fatto così grande quella città con le loro opere e si domandava se la città moderna se li meritasse ancora. Immerso in tali pensieri, si ritrovò, in Piazza Santa Croce. Là, in fondo, si materializzò la Cattedrale. Quanta reverenza nel varcarne la soglia! E camminò in silenzio all’ombra dei “sepolcri”,  e fu un’esperienza indimenticabile:  gli sembrò davvero di sentirne gli echi di quelle grandi vite. Ora la memoria di quel giorno era tornata, così presente e vivida, così improvvisa e prepotente, da lasciarlo interdetto. Un ricordo, un sogno?  Aveva un’età nella quale i sogni cominciano ad intrecciarsi con i ricordi. Ricordava, sognava o stava davvero attraversando la penombra della navata laterale in Santa Croce?  Era un po’ come quella sensazione che si prova quando, a letto con l’influenza, si fluttua tra sonno e dormiveglia.
Qualunque cosa fosse, com’era arrivata, all’improvviso, sparì. Tornò il presente, a Ponte Vecchio. Come in un quadro di Turner, giù verso Scandicci e l’Isolotto il cielo cominciava cospargersi di un rosso, che veniva voglia di leccarlo. Stava immobile, con lo sguardo puntato sul movimento dell’acqua e aspettava. Aspettava che arrivasse. Non poteva fare a meno di pensare a qualcosa che aveva letto ma che non riusciva ancora ad afferrare.  Sembrava galleggiare a pelo d’acqua, lo vedeva luccicare nell’increspatura della corrente ma non si svelava. Arrivò improvviso, come una frustata, era Mr Gwyn! Ora era chiaro, ci mise un attimo a metterlo a fuoco e ricordò le parole: “Mentre camminava per Regent’s Park – lungo un viale che sempre sceglieva, tra i tanti – Jasper Gwyn ebbe d’un tratto la limpida sensazione che quanto faceva ogni giorno per vivere non era più adatto a lui.  Già altre volte lo aveva sfiorato quel pensiero, ma mai con simile pulizia e tanto garbo.”*  Si, era scritto proprio bene,  meglio di quanto lui avrebbe mai saputo fare e descriveva alla perfezione come si sentiva in quel momento! Non che la cosa fosse nuova, era da tempo che ci pensava, da molto tempo, ancor prima di leggere quella frase.  Adesso però  sentiva che  il momento  era perfetto.  Ci pensò su e decise che la cosa dovesse dipendere dal fatto che aveva liberato spazio dentro se stesso. Aveva fatto pulizia. Certo aveva anche rinunciato a qualcosa ma del resto ogni scelta comporta in qualche modo anche una perdita.  E a volte, perdere qualcosa può anche diventare un’opportunità. Ora c’era spazio per l’essenziale, e non vuol dire poco. Sentì che un’armonia  lo invadeva regalandogli una indicibile senso di pienezza e immediatamente pensò a Lei.
Pensò a lei che ballava, ma di danza non si vive! Pensò a lei che di sera lavorava in Osteria, ma non puoi fare la cameriera tutta la vita! Pensò a lei che ballava, faceva la cameriera  e studiava giapponese. Lui ci aveva messo quasi sessant’anni per capirlo e pensò a lei che non aveva ancora trent’anni. E allora sorrise. Poi lentamente salì in piedi sul parapetto,  tese le braccia verso il fiume, e abbracciò il tramonto. Un lungo, tenero abbraccio, come si fa con un figlio. La piccola folla di giovani che sostava sul ponte lo guardava stupita e preoccupata, qualcuno si guardò in torno alla ricerca di un vigile. Ma è impazzito?  gridò un signore un po’ attempato. No signore, rispose con calma mentre si girava, non sono mai stato così lucido e scoppiò a ridere! Mai come in quel momento ci vedeva tanto chiaro, sapeva esattamente cosa voleva fare della sua vita.

Saltò giù dal parapetto e si incamminò, ancora sorridendo, in direzione dell’Hotel Botticelli e mentre  le prime luci della sera iniziavano a fiorire cominciò a cantare sottovoce: ...e  tutti pensarono dietro ai cappelli, lo sposo è impazzito, ma la sposa aspetta un figlio e lui lo sa, non è così… e se ne andrà.

Se fosse stato capace ne avrebbe fatto una canzone, ma poteva sempre trovare qualcuno che lo aiutasse, pensò,  mentre diventava uno tra tanti nella folla.

 

 

* la citazione è tratta da “Mr Gwyn” di Alessandro Baricco.

 

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PAROLE NOTE ? NO, SOLO PAROLE VUOTE ! Spegnete le televisioni per favore.

massmedia

Questa mattina mi sono alzato presto, ho ancora in mente qualcosa che lessi ieri sera prima di addormentarmi. Sto cercando di riprendere i fili di una impossibile riflessione onirica e mentre faccio colazione capto di sfuggita un’intervista: non so nemmeno chi parla e non mi preoccupo neppure di scoprirlo. Non farebbe alcuna differenza. Certamente è un ‘amministratore pubblico e sta dicendo che oggi è una della quattro giornate… – capto alcune parole qua e la – polveri sottili…sforamento…  poi più distintamente sento dire che il fermo domenicale dei veicoli è un’ occasione per disincentivare l’uso dell’automobile ed incentivare l’uso dei mezzi pubblici… Basta! Non voglio più ascoltare queste scemenze. No, il fermo domenicale non è niente di tutto questo. Sono solo parole, parole vuote, prive  di significato.

Spegnete le televisioni, per favore! e cominciate a riflettere, semplicemente, con la vostra testa come fareste per ogni banale problema da affrontare quotidianamente e vi accorgerete di quanto assurde siano le posizioni e le parole di chi ci governa,  salvo accorgervi,  spingendo ancora un po’ più a fondo la riflessione di quanto sia assurda anche la nostra posizione che assecondiamo questo modo di ragionare e tutto sommato ne siamo parte, anzi ingranaggio fondamentale. Siamo noi che compriamo le automobili,  il traffico,  siamo noi, le polveri sottili,  anche quelle le produciamo noi.

Non si può da una parte rallegrarsi perché la vendita di auto è tornata a crescere e dall’altra imporre il blocco alla circolazione. A cosa servono le auto se non a circolare per strada? Ci illudiamo forse che la gente le acquisti per farne sedute da giardino? Poi ci stupiamo se vediamo gente girare con delle stupide mascherine sul viso per lo più inefficaci per le polveri sottili.

Non c’è coerenza,  non c’è logica, non c’è alcun senso. Viviamo in un mondo rovesciato, basato su un sistema economico schizofrenico che contribuiamo ad alimentare.

Come possiamo pensare che aumentando il numero delle auto private in circolazione si possa incentivare l’uso dei mezzi pubblici? Dovremmo al contrario bloccare la vendita di auto, quantomeno non favorirla.

Volete davvero incentivare l’uso dei mezzi pubblici? Investite denaro per aumentarne  la diffusione e l’ efficienza. Aumentate le connessioni e gli interscambi.

Se non funziona la gente non lo usa.

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SE DIO CI FOSSE…era il 1° gennaio 2016.

 

marina fantastica“ Era il 1° gennaio 2016. L’uomo era salito fino all’ultimo piano dell’Ospedale Civile, scese  dall’ascensore al settimo piano e si guardò intorno, poi lentamente si avviò lungo il corridoio. Lo sguardo era distratto sembrava guardare senza vedere, qualche piccola goccia di sudore gli rotolava lentamente lungo la fronte per  finire fastidiosamente sugli occhi. Spinse la porta che accedeva al piccolo terrazzo ed un fiotto di aria fredda lo investì  immediatamente con  insistenza.  Si guardò attorno, da lì si poteva vedere  quasi tutta la città, vide i camini espellere il fumo denso e bianco che si spandeva nell’aria tersa e fredda di quel mattino di inizio anno. Pensò un attimo alle polveri sottili, argomento di punta della settimana giornalistica e sembrò abbozzare un sorriso, poi guardò il pavimento che era pieno di cicche di sigarette e gli sembrò di percepire la memoria  dei pensieri di altre persone che avevano sostato lì per qualche istante.  Lentamente si tolse il cappotto, lo piegò  e lo appoggiò su una sedia che aveva solo tre gambe. Era un bel cappotto, caldo e costoso, di buona sartoria.  Nell’angolo del piccolo terrazzo c’era una scala  di servizio in ferro che saliva sul tetto  ingombro di macchinari. L’accesso era sbarrato da un cancello bloccato con un lucchetto. Non fu cosi difficile scavalcarlo. Camminò lentamente tra i cavi e i macchinari che ronzavano per tenere in vita l’ospedale, percepiva il rumore dei suoi passi sulla ghiaia. Vicino al bordo dell’edificio c’era una ulteriore barriera metallica di sicurezza, imposta per legge a protezione delle maestranze che operavano la manutenzione. Si arrampicò e scavalcò anche quella. Ora poteva vedere giù in basso la strada, il parcheggio dell’ospedale che era quasi vuoto, le persone, poche anche quelle,  che camminavano. Per un attimo gli sembrò di avvertire qualcosa di gelido lungo la schiena poi si ricordò di aver tolto il cappotto, chissà perché lo aveva fatto. Poi vide distintamente le auto parcheggiate diventare sempre più grandi, un vortice d’aria lo avvolgeva ed un pensiero gli attraversò la mente: SE DIO CI FOSSE…

Nel parcheggio una piccola folla era accorsa, qualcuno era uscito dall’atrio dell’ospedale, e osservava sbigottita l’ammasso scuro che giaceva scomposto sull’asfalto. Guarda mamma, urlò un bambino trattenuto per la mano. Non guardare,  gli disse compassionevole la madre, non guardare. Il bambino aveva lo sguardo rivolto in alto, era l’unico che non era attratto dallo strazio di quel  corpo che giaceva in una posa irrazionale mentre sangue e materia celebrale gli uscivano dal cranio. Osservava una cosa bianca che scendeva lentamente volteggiando nell’aria. Per un attimo sfuggì alla presa della madre e cose incontro alla cosa che aveva visto scendere dal cielo che nel frattempo si era delicatamente posata sull’erba  a fianco del marciapiede. Era un foglio di carta, c’era scritto qualcosa ma il bambino non sapeva leggere. Allora lo raccolse e corse immediatamente dalla mamma. Mamma, mamma guarda, urlò cercando di attirare la sua attenzione. Cosa dice? La madre prese dalle mani del bambino il foglio di carta e lesse, lesse solo il titolo in grassetto di quello che sembrava un articolo di giornale: Bail in. Cosa vuol dire mamma? Non lo so, ma non importa, vieni,  ora andiamo a casa. “

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I COLORI DELL’ ACQUA Anteprima

scogli1

 ” L’acqua assomiglia all’ anima dell’uomo.

   È irrequieta, non ha posa. 

   Si spande per le vie che  scendono 

    verso l’origine di ogni cosa.”

                                                                                                                                Giuseppe Conte

 

 

Sto preparando una nuova esposizione dedicata all’acqua. Al momento non ho ancora tutto il materiale disponibile ma per tutta una serie di circostanze ho deciso di uscire con  un’anteprima che potrete visitare fin d’ ora presso L’ Angolo Dolce in Viale Castrocaro n. 64 a Riccione.

Pasticceria e Caffetteria da visitare comunque indipendentemente dalla presenza dei miei dipinti. Aperitivo di apertura probabilmente sabato 11 aprile alle ore 17,00 (seguirà invito dettagliato).

Troverete buona parte dei dipinti esposti in occasione di Emozioni a Colore ed. 2012-2013 e una significativa anteprima della prossima Personale “I Colori dell’Acqua” più  alcuni lavori inediti (alcuni ritratti).

Per chi non avesse visto ” Emozioni a Colore” è un occasione di  riparare al misfatto, per tutti gli altri il piacere di scoprire le delizie dell’Angolo Dolce e magari,  tra un tè ed una fetta di torta, dare uno sguardo al resto della mia proposta.

Vi aspetto numerosi! A presto.

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RIFLESSIONI GRECHE

La bandiera greca

28 gennaio 2015.

Ultime notizie provenienti dalla Grecia:

“Le prime misure del neopremier Alexis Tsipras, come previsto, vanno contro le richieste della troika: no alla vendita della rete elettrica e del porto del Pireo. Intanto la Borsa di Atene crolla del 12,1% e i tassi sui titoli di Stato superano il 10%.”

 

Non si può fare a meno di notare che Tsipras si è mosso subito e nella direzione di quello che diceva di voler fare prima delle elezioni, cosa alla quale in Italia non siamo più abituati. Da noi il “fare” non va quasi mai nella direzione di quanto a parole si dice di voler fare.

Ma non è questa la cosa principale che volevo annotare anche se il parallelo con casa nostra mi sembrava inevitabile. Più interessante è cercare di capire davvero cosa sta succedendo in Grecia perché ci illumina sul vero significato della “crisi”.
Tsipras non ha mancato di sottolineare che il suo è un “governo di salvezza sociale” la cui massima priorità è affrontare la crisi umanitaria nel Paese. Per rendersi conto che non sono solo parole pronunciate ad effetto basta leggere il rapporto della Caritas “Gioventù ferita” presentato alla vigilia delle elezioni del 25 gennaio.
Ne emerge una situazione drammatica: la crisi greca ha prodotto gli stessi danni di una guerra, abbattendosi soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione ed in particolare sulla gioventù (sono quelli che hanno sicuramente meno responsabilità di tutti). Si perché quella che i media chiamano “crisi” è in realtà una vera e propria guerra ai popoli. La Caritas commenta :” i nuovi dati provenienti dalla rete dei centri di ascolto e di aiuto delle Caritas locali confermano che le politiche internazionali ed europee adottate in Grecia sono sostanzialmente fallimentari.
Il problema non riguarda solamente, e già non è cosa di poco conto, le decine di migliaia di persone che hanno perso il lavoro e le altre che già non ce l’avevano. Non si limita solamente alla disoccupazione che ha raggiunto un tasso del 27% e si assesta ben oltre il 50% tra i giovani secondo i dati Eurostat dello scorso giugno , ma tocca anche gli occupati.
Neanche chi un lavoro ce l’ha, vive più dignitosamente : “la metà dei nuovi poveri che assistiamo -dichiara il rapporto Caritas- hanno un lavoro full-time, ma nonostante ciò non hanno un reddito sufficiente per vivere”. E allora si deve scegliere se tagliare sulle spese alimentari o spegnere il riscaldamento.
Quale dovrebbe essere la preoccupazione prima di un governo degno di tale nome se non preoccuparsi di ridare condizioni di vita dignitose al suo popolo? Di ricostruire le condizioni minime di stabilità sociale ed economica all’indomani di una guerra? Oggi la guerra non si combatte più solo con le armi. E’ evidente che Tsipras sa benissimo che dovrà anche ripagare il debito contratto ma è altrettanto evidente che ha il dovere di proteggere il suo popolo dalla barbarie e intende farlo, ma ha capito che non potrà farlo se si lascerà depredare tutte le risorse che possono mettere in moto le condizioni economiche per una ripresa.
Ha capito benissimo che se acconsentirà al programma di privatizzazione e svendita dei beni pubblici imposto dalla Troika, la Grecia sarà eternamente dipendente dal debito e dagli aiuti esterni e soggetta allo strozzinaggio ed ai ricatti di chi dice di volerla aiutare. Quindi ha immediatamente disposto uno stop alla privatizzazione della compagnia elettrica controllata dallo Stato Public power company e della compagnia di distribuzione dell’elettricità Admie, misure imposte con l’obiettivo di ridurre l’indebitamento del Paese (dice la Troika). E non saranno vendute nemmeno le ferrovie. Così come intende riesaminare “nell’interesse dei greci” il progetto già avviato dall’esecutivo Samaras di cessione del 67% di Porto del Pireo, il principale scalo marittimo del Paese.
Ma l’impero dei soldi e del profitto si è già mosso.
La Troika (Fondo Monetario Internazionale, Commissione Europea e BCE) dopo aver imposto prima la crisi, poi sei anni di cure insensate e criminali, con l’unico scopo di recuperare a spese della popolazione greca i debiti delle banche europee (soprattutto tedesche) ed aggredire non senza la complicità dell’elite finanziaria ed economica greca (la principale responsabile del dissesto economico che resterà purtroppo impunita) i beni pubblici e le risorse residue, di fronte alla decisa reazione immediata del nuovo governo passa al contrattacco.
Da una parte le dichiarazioni apparentemente soft del vicepresidente della Commissione Katainen: “Le politiche dell’Eurogruppo non cambiano in base alle elezioni ” che tradotto significa i “nostri” soldi sono molto più importanti del benessere della popolazione,  in questo caso quella greca, ma la cosa vale anche per tutto il resto della popolazione europea.
Dall’ altra è partito il ricatto dei mercati (non lasciatevi ingannare sono sempre loro).
Borsa di Atene giù del 12,1%, complice il crollo di Porto del Pireo e dei titoli bancari.
Fortissime le tensioni sul mercato obbligazionario dove il rendimento del bond decennale greco sul mercato secondario è schizzato al 10,08 % con lo spread sui Bund tedeschi che si allargato a oltre 973 punti base.
Dulcis in fundo l’ultima cartuccia l’ha sparata l’agenzia di rating Standars & Poor’s che ha messo sotto “osservazione” (no ricatto, osservazione) Atene.

E pensare che il 90% della popolazione mondiale non ha bisogno di mercati, spread, bund, titoli di stato, agenzie di rating,  per vivere. Tutto questo sistema infernale e complesso (potrebbe benissimo essere definito criminale) è ad esclusivo appannaggio e beneficio di quel misero 10% della popolazione che non è soddisfatto di possedere solo l’80% delle risorse mondiali . E non si fa scrupoli di proseguire nel proprio intento mettendo in campo ogni mezzo, quasi nessuno legittimo, per raggiungerlo. Poco importa che questo comporti la distruzione dell’ambiente, la morte di milioni di persone, la fame di altri milioni, la schiavitù. Perchè lo fa in nome della libertà, della democrazia, del progresso.

E’ questo il progresso?

No, non credo proprio si possa chiamare così, Non è  civiltà e non è  libertà. Non è nemmeno quella democrazia con la quale si riempiono la bocca gli incantatori di folle. E’ semplicemente una forma subdola di schiavitù alla cui propagazione, come un virus, tacitamente abbiamo consentito con la nostra indifferenza.
Non è vero che non esiste altra possibilità, questo è quello che ci vogliono far credere ed il dramma sta nel fatto che nessuno sembra voglia mettere in discussione questo meccanismo.

Tanto di cappello dunque a Tsipras ed al suo governo. Onore al merito e spero vivamente riesca a dimostrare che esiste un altro modo di fare le cose e che questo fornisca un esempio al mondo di cosa sia la democrazia. In Grecia è nata già una volta, che sia l’ora della rinascita?
Non sarà facile, l’esercito si è mosso immediatamente, la guerra continua.
La democrazia è morta. Evviva la democrazia!

Consiglio per la lettura!
Lidia Undiemi “Il ricatto dei mercati” , molto istruttivo.

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Misuriamo il grado di civiltà delle nostre società…

prendo in “prestito” una riflessione di un personaggio di Andrea De Carlo, da Villa  Metaphora:

“Siamo talmente abituati all’idea di vivere in una comunità che si occupa di noi – che si preoccupa per noi – in ogni fase e momento della nostra esistenza – da quando nasciamo  a quando moriamo, in pratica – che trovarsi in una situazione in cui i segnali di risposta non arrivano diventa molto presto insostenibile. In fondo misuriamo il grado di civiltà delle nostre società in base alle loro capacità di non abbandonare al proprio destino nessuno dei loro membri, ma al contrario di fornirgli cure e assistenza in caso di bisogno, persino partecipazione emotiva, solidarietà, affetto. Se subiamo un incidente in macchina, o la nostra casa viene allagata da un’inondazione – perfino se il nostro gatto sale su un albero e non riesce più a scendere – diamo per scontato che prima o poi arrivi qualcuno ad aiutarci.  Stiamo lì adagiati sul lato della strada, o rifugiati sopra il tetto, o a naso in su a guardare tra i rami, e attendiamo i soccorsi: è normale. Se i soccorsi arrivano in ritardo, o si rivelano poco efficaci, non esitiamo a lamentarcene, scriviamo ai giornali, protestiamo energicamente. E’ per godere di quell’aiuto indispensabile al momento del bisogno che consegnamo allo stato metà dei nostri guadagni, del resto. In cambio ci aspettiamo assitenza, la pretendiamo; quando non la troviamo – o la troviamo difettosa – parliamo di decadimento di standard, di sfascio, di corruzione, di prevalenza del peggio, di barbarie ormai alle porte. Eppure l’aspetto curioso – raccapricciante, più che curioso – è che proprio quelli che grazie all’esitenza di un tessuto sociale funzionante sono riusciti ad accumulare ricchezza e potere, appena arrivati a una posizione di primato cominciano a cercare di demolire lo stesso tessuto da cui hanno tratto vantaggio. L’atroce totalitarismo delle idee comuniste e la dispendiosa vulnerabilità di quelle socialdemocratiche offrono a questi mascalzoni gli alibi necessari per andare all’attacco della vocazione stessa di ogni stato moderno, vale a dire la salvaguardia dei propri cittadini. Ecco allora i tycoon proclamare a gran voce l’inutilità dell’assistenza sanitaria nazionale, dell’educazione pubblica, delle minime tutele per chi ne ha bisogno. Il loro scopo non è – come sostengono a volte, senza neanche molta convinzione – l’eliminazione degli sprechi mostruosi delle amministrazioni pubbliche, lo snellimento delle burocrazie, l’abolizione degli ingiusti privilegi di eserciti di ladri pagati dai contribuenti. No, perchè li ci sono milioni di votanti e di consumatori da supermercato, meglio non metterci le mani. In compenso però sono prontissimi a distruggere scuole, ospedali, laboratori di ricerca, e subito domani stesso! Tanto più sarebbero in grado di pagare le tasse – che potrebbero permettersi di farlo con grazia, ricavandone prestigio agli occhi di tutti – tanto meno le vogliono pagare. I servizi di una società evoluta non gli interessano, comunque non li usano. Hanno le loro cliniche private, gli ospedali si possono anche chiudere; mandano i propri figli in istituti a pagamento, chi se ne frega di elementari e licei; si spostano in elicottero, vadano al diavolo anche le strade. Subito sotto gli slogan e le frasi fatte liberiste, quello a cui l’oligarca russo, il petroliere texano, il magnate televisivo italiano, il grande banchiere tedesco ambiscono è una società essenzialmente medievale. L’unica risorsa contemporanea a cui non intendono rinunciare – proprio a nessun costo, ne va della loro vita – è la promozione e distribuzione dei loro prodotti, che si tratti di petrolio, derivati tossici o programmi a quiz. Li non si deve badare a spese, tutto il resto può andare tranquillamente in malora. E ci stanno arrivando, non è che siano lontani dal risultato. Basta guardarsi intorno: conquiste che hanno richiesto secoli o millenni di lentissimo progresso – per imperfette che siano – vengono intaccate ogni giorno, gli edifici ormai vacillano paurosamente.”

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Le Ragioni della crisi (II) L’accumulazione finanziaria.

 

Il Tracollo finanziario di questi anni non è dovuto a un incidente del sistema: né tantomeno al debito pubblico che gli Stati avrebbero accumulato per sostenere una spesa sociale eccessiva. E’ semplicemente il risultato dell’accumulazione finanziaria perseguita ad ogni costo per reagire alla stagnazione economica di fine secolo.

Così la pensa Luciano Gallino, uno tra i più importanti sociologi italiani.

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Di seguito un breve estratto dall’introduzione della  sua ultima pubblicazione:

IL COLPO DI STATO DI BANCHE E GOVERNI, L’attacco alla democrazia in Europa.

Einaudi Editore, ottobre 2013.

 http://www.einaudi.it/libri/libro/luciano-gallino/il-colpo-di-stato-di-banche-e-governi/978880621340

 

 

 La crisi esplosa nel 2007-2008 è stata sovente rappresentata come un fenomeno naturale, improvviso quanto imprevedibile: uno tsunami, un terremoto,  una spaventosa eruzione vulcanica. Oppure come un incidente tecnico capitato fortuitamente ad un sistema, quello finanziario, che funzionava perfettamente. In realtà la crisi che stiamo attraversando non ha niente di naturale o di accidentale. E’ stata il risultato di una risposta sbagliata, in sé di ordine finanziario ma fondata su una larga piattaforma legislativa, che la politica ha dato al rallentamento dell’economia reale che era in corso per ragioni strutturali da un lungo periodo. Alle radici della crisi v’è la stagnazione dell’accumulazione del capitale in America e in Europa, una situazione evidente già negli anni Settanta del secolo scorso. Al fine di superare la stagnazione, i governi delle due sponde dell’Atlantico hanno favorito in ogni modo lo sviluppo senza limite delle attività finanziarie, compendiantesi nella produzione di denaro fittizio. Questo singolare processo produttivo ha il suo fondamento nella creazione di denaro dal nulla vuoi tramite il credito, vuoi per mezzo della gigantesca diffusione di titoli totalmente separati dall’economia reale, quali sono i “derivati”, a fronte dei quali – diversamente da quanto avveniva alle loro lontane origini – non prende corpo alcuna compravendita di beni o servizi: sono diventati di fatto l’equivalente dei tagliandi di una lotteria. Tuttavia, essendo possibile venderli e trasformarli così in moneta, essi rappresentano una nuova forma di denaro che insieme alla creazione illimitata di denaro mediante il credito ha invaso il mondo, rendendo del tutto impossibile stabilire quanto denaro ci sia in circolazione, tolta la piccola quota – pochi punti percentuali – di monete e banconote stampate e di denaro elettronico creato dalle Banche centrali. Il problema è che il denaro creato dal nulla può si essere prontamente convertito in beni e servizi reali, ma altrettanto velocemente può scomparire in ogni momento, come avvenne con straordinaria ampiezza tra il febbraio e l’ottobre del 2008.

Dunque non come afferma Bruxelles, il prodotto del debito eccessivo che gli Stati avrebbero contratto!

Al contrario il problema sta nell’aver favorito lo sviluppo senza limiti delle attività speculative dei grandi gruppi finanziari:  aver lasciato il potere di creare denaro per nove decimi alle banche private è un difetto che sta minando alla base l’economia. E questo con la complicità dell’intero sistema politico e finanziario ( la BCE, la FED, la banca d’Inghilterra, i fondi speculativi e quelli sovrani, i governi e la Commissione Europea). Poche decine di migliaia di individui, i responsabili, contro decine di milioni di vittime. Senza contare che per rimediare ai guasti del sistema finanziario le politiche di austerità stanno generando pesanti recessioni: nell’intento di proseguire con ogni mezzo la redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto in atto da oltre trent’anni.

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anch’ IO FACCIO COSI’

ATTESO…ARRIVATO…LETTO.

E’ illuminante e confortante il libro di Daniel Tarozzi che ci racconta di un’altra Italia rispetto a quella “penosa” che ci costringono a vedere ogni giorno giornali e televisione.

Attraverso un tour in camper  di sette mesi che ha toccato praticamente tutte le regioni,  l’autore ci racconta, le esperienze di molti, tanti, tantissimi italiani che stanchi di aspettare una soluzione che –  è ormai chiaro a tutti – non giungerà dall’alto,  hanno preso in mano la loro vita ed operato un passo significativo nella direzione del cambiamento. Del loro vivere quotidiano, della propria attività lavorativa e non solo.  Esperienze diverse ma accomunate da un unico sentire, la necessità di vivere e lavorare in un altro modo,  che dimostrano che cambiare è possibile.  Un libro che da voce e  mette in rete tante esperienze di chi l’ ha già fatto a beneficio di quanti, e sono tanti, molti di più di quanto si pensi, stanno cercando di cambiare o hanno semplicemente voglia di farlo.

Più prosegui nella lettura più senti montare il “rumore” di fondo che tutte queste esperienze, silenti agli occhi dei media, producono nella tua mente, semplicemente perchè hanno potuto essere raccontate. E’ un fluire di immagini e suoni che materializza un sogno di migliaia  di persone, che lo rendono realtà.

Invito coloro i quali condividono quel sogno di cambiamento a visitare qualcuno di questi esempi, ora è facile. Sono raggruppati per regione ed ogni narrazione contiene a margine le note, con indirizzi e siti web,  per offrire a chi legge la possibilità di un approfondimento o di un contatto diretto con le singole esperienze.

Grazie Daniel!

Altro su Daniel Tarozzi e sul libro lo trovate qui:  https://www.facebook.com/itachecambia?ref=stream&hc_location=timeline

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