Commenti disabilitati su PONTE VECCHIO. Come in un quadro di Turner.

 

2015-10-17 18.11.28

Non  ricordava esattamente come era arrivato. L’ultimo ricordo nitido che aveva era la celestiale piccola Pietà di Van Gogh e la Mater Purissima di Domenico Morelli. Bellissima e piena di vigore la contorta composizione di Van Gogh,  esplosiva ed al tempo stesso evanescente la figura materna di Morelli, nell’amorevole gesto di tenerezza verso il bambino. Non conosceva nessuno dei due dipinti e non riusciva a capire perché gli fossero rimasti così impressi, la galleria era piena di capolavori. Forse erano stati i colori. Amava gli azzurri, e le due tele ne erano intrise. Aveva camminato immerso nei suoi pensieri e non avrebbe saputo dire quanto tempo era passato da quando era uscito da Palazzo Strozzi, ne’ quali vie avesse percorso per arrivare a Ponte Vecchio. Ma ora era lì, seduto sul parapetto di pietra, al centro del ponte, dove le botteghe interrompono la fila e si apre la vista sull’Arno. L’acqua, più in basso,  correva incontro al tramonto seguendo la direzione indicata delle punte dei suoi piedi. Aveva da sempre un profondo, intimo rapporto, con quella città che lo aveva conquistato fin dai tempi del liceo.  Gli tornò alla mente,  in modo vivido, come un oleogramma,  l’immagine di Lia che quarant’anni prima percorreva l’aula col suo lento, cadenzato biondo incedere, intenta a dipingere verbalmente i Sepolcri. Ricordò la classe,  muta, rapita dalla sua presenza e dal  fascino evocativo delle sue parole, inspirare l’aura foscoliana. Forse non proprio tutta la classe, ma a lui piaceva ricordarla a quel modo. Indubbiamente Lia aveva un fascino ed un potere  evocativo fuori dal comune, e sì, forse gli aveva davvero cambiato la vita. Lo aveva contagiato con la sua passione, gli aveva insegnato a leggere.  Alcuni giorni dopo,  aveva sentito il bisogno impellente di salire su un treno e calcare la scena Doveva vedere,  sentire, annusare. L’arrivo a Santa Maria Novella fu come lo sbarco di Colombo in America. Era un mondo nuovo ma al contempo antichissimo. Si rivide, abbagliato dalla luce, all’uscita del sottopasso pedonale che attraversa  Piazza della Stazione in Via dei Panzani, proprio di fronte al Baglioni. Prese un respiro e iniziò a percorrere le vie, una dopo l’altra, contrastato dal flusso ininterrotto di turisti che sembravano vagare senza una meta precisa ma, curiosamente,  tutti nella direzione contraria alla sua. Ovunque alzasse gli occhi era un’emozione. Infilò una dopo l’altra le perle  di S. Maria del Fiore, il Battistero, il Campanile di Giotto, Orsammichele. Sostò davanti l’asimmetria di Palazzo Vecchio, in piazza della Signoria,  e ammirò l’imponenza del Davide. Mentre camminava lungo Borgo dei Greci  non poté fare a meno di pensare a tutti quegli antichi personaggi che avevano fatto così grande quella città con le loro opere e si domandava se la città moderna se li meritasse ancora. Immerso in tali pensieri, si ritrovò, in Piazza Santa Croce. Là, in fondo, si materializzò la Cattedrale. Quanta reverenza nel varcarne la soglia! E camminò in silenzio all’ombra dei “sepolcri”,  e fu un’esperienza indimenticabile:  gli sembrò davvero di sentirne gli echi di quelle grandi vite. Ora la memoria di quel giorno era tornata, così presente e vivida, così improvvisa e prepotente, da lasciarlo interdetto. Un ricordo, un sogno?  Aveva un’età nella quale i sogni cominciano ad intrecciarsi con i ricordi. Ricordava, sognava o stava davvero attraversando la penombra della navata laterale in Santa Croce?  Era un po’ come quella sensazione che si prova quando, a letto con l’influenza, si fluttua tra sonno e dormiveglia.
Qualunque cosa fosse, com’era arrivata, all’improvviso, sparì. Tornò il presente, a Ponte Vecchio. Come in un quadro di Turner, giù verso Scandicci e l’Isolotto il cielo cominciava cospargersi di un rosso, che veniva voglia di leccarlo. Stava immobile, con lo sguardo puntato sul movimento dell’acqua e aspettava. Aspettava che arrivasse. Non poteva fare a meno di pensare a qualcosa che aveva letto ma che non riusciva ancora ad afferrare.  Sembrava galleggiare a pelo d’acqua, lo vedeva luccicare nell’increspatura della corrente ma non si svelava. Arrivò improvviso, come una frustata, era Mr Gwyn! Ora era chiaro, ci mise un attimo a metterlo a fuoco e ricordò le parole: “Mentre camminava per Regent’s Park – lungo un viale che sempre sceglieva, tra i tanti – Jasper Gwyn ebbe d’un tratto la limpida sensazione che quanto faceva ogni giorno per vivere non era più adatto a lui.  Già altre volte lo aveva sfiorato quel pensiero, ma mai con simile pulizia e tanto garbo.”*  Si, era scritto proprio bene,  meglio di quanto lui avrebbe mai saputo fare e descriveva alla perfezione come si sentiva in quel momento! Non che la cosa fosse nuova, era da tempo che ci pensava, da molto tempo, ancor prima di leggere quella frase.  Adesso però  sentiva che  il momento  era perfetto.  Ci pensò su e decise che la cosa dovesse dipendere dal fatto che aveva liberato spazio dentro se stesso. Aveva fatto pulizia. Certo aveva anche rinunciato a qualcosa ma del resto ogni scelta comporta in qualche modo anche una perdita.  E a volte, perdere qualcosa può anche diventare un’opportunità. Ora c’era spazio per l’essenziale, e non vuol dire poco. Sentì che un’armonia  lo invadeva regalandogli una indicibile senso di pienezza e immediatamente pensò a Lei.
Pensò a lei che ballava, ma di danza non si vive! Pensò a lei che di sera lavorava in Osteria, ma non puoi fare la cameriera tutta la vita! Pensò a lei che ballava, faceva la cameriera  e studiava giapponese. Lui ci aveva messo quasi sessant’anni per capirlo e pensò a lei che non aveva ancora trent’anni. E allora sorrise. Poi lentamente salì in piedi sul parapetto,  tese le braccia verso il fiume, e abbracciò il tramonto. Un lungo, tenero abbraccio, come si fa con un figlio. La piccola folla di giovani che sostava sul ponte lo guardava stupita e preoccupata, qualcuno si guardò in torno alla ricerca di un vigile. Ma è impazzito?  gridò un signore un po’ attempato. No signore, rispose con calma mentre si girava, non sono mai stato così lucido e scoppiò a ridere! Mai come in quel momento ci vedeva tanto chiaro, sapeva esattamente cosa voleva fare della sua vita.

Saltò giù dal parapetto e si incamminò, ancora sorridendo, in direzione dell’Hotel Botticelli e mentre  le prime luci della sera iniziavano a fiorire cominciò a cantare sottovoce: ...e  tutti pensarono dietro ai cappelli, lo sposo è impazzito, ma la sposa aspetta un figlio e lui lo sa, non è così… e se ne andrà.

Se fosse stato capace ne avrebbe fatto una canzone, ma poteva sempre trovare qualcuno che lo aiutasse, pensò,  mentre diventava uno tra tanti nella folla.

 

 

* la citazione è tratta da “Mr Gwyn” di Alessandro Baricco.

 

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